hic sunt leones
Bordeaux.
.
E lo sai come ti rispondo.
Sono stato lontano.
Non ho visto l'altra parte di mondo,
ho guardato negli occhi l'abisso.
L'altra metà dell'inferno.
Mi ha incantato.
Il mondo mi vuole 'manager'.
Lo so fare. Raramente mi accade di non riuscire ad eccellere quando voglio fare qualcosa.
Ma io voglio essere tamarro.
Zotico.
Lercio.
Ignorante.
Sporco.
Rozzo nei modi e nei tagli.
Unto di quello che vedo.
Non sapere, non conoscere, approcciare vergine.
Invischiato di quello che mi si attacca addosso. Come la coda del cane che ritorna dalla campagna.
Mi libero dei vostri sogni. Mi riapproprio delle mie notti.
Mi riprendo i miei amati incubi.
.
Il tempo è questo.
Ritorno alle macchine. Al lavoro meccanico.
(Un notte, solo stanotte. Non voglio altro.)
Mi siedo qui davanti, su un legno che mi porto dietro da quando ero ragazzo. Un legno scavato. Avvitato. Inciso.
(aks)
Stanotte vedo, e apro tutto quello che avevo serbato per momenti bui. Tutto quello che avevo conservato. Tutto un mondo che forse per qualche tempo avevo messo da parte.
Ho fatto il mio gioco, e in questo luglio ho vinto.
Mi sfilo la cravatta, tolgo la camicia e il gatto mi si appende alla manica. Gioco a nascondino con lei.
Mi accendo una sigaretta. Ho la schiena a pezzi perché sono ritornato alle macchine. Ho messo le mani su una macchina. Negli ultimi tempi mettevo troppo le mani sulle persone. E ieri il mio show, davanti ad un pubblico di cravatte e lauree. Pacche sulle spalle, e uomini appena conosciuti in cui vedo brillare una scintilla di apprezzamento.
Ho vinto. A me non piace vincere, piace giocare. La strada, la strada, mai la meta.
Ritrovo qualcosa.
E ho la perfezione dello spirito per abbandonarmi al dolore.
Il mio dolore.
Quello che non voglio donare.
Quello che voglio stipare.
è tempo.
Sono su questa sfera perforata.
Navi e battelli.
La zattera e i libri.
Ritrovo quello che ho dentro.
Lo santifico. E santifico me per esserci riuscito.
Mi tolgo il cappello, la toga, l'etichetta,
mi libero anche di te.
Sono solo stanotte. Vedo le cose che fate, e non mi piace. Vedo come guardate il mondo, e vedo anche il percorso standard di chi inizia a fare foto.
(macchina fotografica, dopo un giorno la voglia di comprare un altro obiettivo,
il teleobiettivo, madonna quanto costa, e poi il monitor, e poi il colorimetro,
e poi ovviamente il MAC!)
Sono solo stanotte. Chiudo la porta e le finestre.
E mi racconto una storia.
Transatlanticism - Death Cab For Cutie
The atlantic was born today and i'll tell you how...
The clouds above opened up and let it out.
I was standing on the surface of a perforated sphere
When the water filled every hole.
And thousands upon thousands made an ocean,
Making islands where no island should go.
Oh no.
Those people were overjoyed; they took to their boats.
I thought it less like a lake and more like a moat.
The rhythm of my footsteps crossing flood lands to your door have been silenced forever more.
The distance is quite simply much too far for me to row
It seems farther than ever before
Oh no.
I need you so much closer
I need you so much closer
So come on, come on
Mi accendo una sigaretta.
Il decollo è così.
Chiedi alla torre i permessi di rullaggio, e poi quello di decollo. Ti allinei alla riga di mezzadria. Fai il check degli strumenti.
Apri i flap al 40%.
Dai manetta per metà, per far stabilizzare i motori. Poi spingi tutto.
Prima vai piano, ti sembra di non muoverti, poi vedi le cose che si muovono, rapidamente.
Quando inizi ad alzare il muso, le cose cambiano, si inclinano, e tu sei li che pesti su quei pedali, e tieni dritto l’aereo, preso da bordate di vento.
Sollevi, spingi, alzi, corri, ti lanci.
Il cielo è davanti. Come le tue potenzialità. Tutto l’elenco delle tue potenzialità. Il tuo modo di dipingere ad acquerello ghirigori irreali, il tuo legare la chimica (in cui sei stato rimandato) a CSI Las Vegas, il tuo vedere la vita in termini matematici (asintoto ne è un esempio). Sai guardare, giocare con i bambini, usare un computer, sai far ridere, sai ascoltare, essere incazzoso e stufoso, sai che ci sono certe cose per te inattaccabili, e altre su cui sei totalmente intransigente. Sai mettere due parole in fila, e ti diverti a chiedere il perché delle cose. Sai che sei inconcludente, e sai amarti al punto tale da perdonarti. Hai la capacità di muovere le persone intorno a te, e di suscitare in loro cose.
Come dici tu, a volte mi ritorna l’affetto, altre mi ritorna l’attacco.
A 4000 piedi di altezza, con un muso di 15° di inclinazione, e rotta 240, voli sopra Ischia e Procida. I flap chiusi ti danno silenzio. Togli manetta per metà, continuando però a salire.
Apri il piano di volo in VFR (visual flight rules) e decidi di andare da qualsiasi parte tu voglia andare. Hai tutte le possibilità che vuoi. Hai scuole, università, orizzonti, luoghi, posti, amori, dubbi, libri da leggere.
Prendi una decisione.
Nord.
Viri per rotta 360 e ti livelli a 6000 piedi.
Hai un intero quadrante a tua disposizione, se ragioniamo in termini di VOR. Hai il quadrante FROM davanti a te.
Decidi di lasciar perdere i pennelli, e continuare con le parole. Smetti di studiare e picchi forte sui computer. Vai a vivere in una città. Fai viaggi in altre città. Decidi di non frequentare certe belle facce, ti leghi ai brutti ceffi.
Succedono cose, le affronti. In un modo. O nell’altro.
Passate le alpi, scegli di dirigerti verso la Francia. Imposti la rotta (per il momento 300), e vai. Vai vai.
Vedi altri nuvole. Vedi altra gente.
Fai altre correzioni di rotta, compi altre scelte.
Quando alla fine scegli di atterrare a Carpiquet, Caen, Normandia, sai che hai preso una strada. Una certa strada.
Adesso le scelte devono essere precise, calibrate. Calcolare l’angolo di discesa. Rallentare senza accelerare, aprire i flap, chiedere il permesso di atterraggio.
Lo vedi, anche se non lo riesci a guardare realmente. Lo vedi, con le ali aperte, che prendono aria per aumentare la portanza, con i flap aperti che ti fanno rallentare senza cadere.
Vento, nuvole, vuoti, turbolenze.
Procedi un passo alla volta, concentrato. Le tue scelte devono essere corrette: stai arrivando a destinazione.
Muovi il timone, le ali, il muso.
Tutto deve essere fluido, millimetrico, preciso.
Motore, ali, assetto, spinta, resistenza, imbardata, forze centrifughe e centripete, suolo (SUOLO!!!!), alberi e case, nuvole, luci, permessi, forza, dolore alla mano, assetto, gps, ali, ali, ali, muso, timone e timone, muso, ali, potenza, velocità, velocità, angolo di incidenza, muso giù e velocità su, rallento con il muso su. Carrelli giù.
Le lenti al fresnel che ti indicano il corretto angolo di incidenza.
Luci ovunque.
Una striscia lunga.
Sei quasi a terra.
RICHIAMATA!
Alzi il muso, dai potenza, ti appoggi sull’aria (la senti, l’aria, è intorno a te, come un bancone su cui poggi i gomiti davanti ad una birra). Le ruote stanno per toccare il suolo…
Fai un lavoro che è importante. Lavorare, è importante, non il fatto che lo faccia.
Fai un lavoro che ti toglie tempo, ma in questa crisi è importante.
Fai un lavoro che ti fa usare il cervello. Importante.
Ma.
Vuoi la strada. L’avventura. Le notti. E le nuvole.
E vuoi fare e consumare scarpe.
E mettere in pratica tutte le altre cose che sai fare.
Sei dopo le alpi.
Devi scegliere.
E ogni scelta è precisa e millimetrica.
Ogni decisione che prendi in fase di atterraggio deve essere calcolata e mirata.
Ma c’è tempo ancora.
E ancora altre miglia.
Se si sapesse dove atterrare.
L'assunzione.
Dopo un corretto volo rettilineo orizzontale uniforme, eseguo una virata non in scivolata. Perdo quota e mi allineo con la girobussola, e vedo la pista d’atterraggio.
Controllo gli strumenti, la velocità di discesa, il PAPI (Precision Approach Path Indicator) mi dice che ho un corretto angolo di incidenza. Guardo a destra e a sinistra. Cielo sgombro, ali allineate al suolo.
Leggero vento laterale, sistemo l’imbardata. Estendo ancora i flap.
Rallento.
A 15 metri dal suolo richiamo l’aereo.
Il muso si alza.
Le ruote toccano il suolo.
Il muso si allinea all’orizzonte.
Sono a terra.
Le donne non vedono.
Non giudico la qualità del fatto, ma affermo il fatto.
Non vedono.
La loro visione periferica è rivolta verso altri cieli, e non altri orizzonti.
L’altra sera ero con un po’ di gente, ed esco dal cinema. Avevamo visto “Due partite”. Il giorno della festa della donna, vado a vedere un film in una sala piena di donne (sole) che parla di donne.
Splendore.
Il film racconta, con un sistema a scacchiera bianco e nero, il risultato delle scelte fatte dalle donne per arrivare a quella infelicità.
Il marito di Marina Massironi la tradisce. Le ha due figli maschi e una femmina.
Il marito di Margherita Buy va in giro a fare concerti, e lei ha smesso di suonare per dedicarsi a sua figlia.
Paola Cortellesi tradisce il marito con un altro uomo, sposato. Il quale peraltro la molla per tornare con la moglie.
Isabella Ferrari è incinta, e vive le paure e le angosce di ogni donna incinta. Il marito di Isabella la conquista con Rilke, le legge libri, le racconta di libri, vive di libri.
I dialoghi ferrati, sferzanti, ritmati, delle donne richiamano costantemente alla maternità e alla felicità. Felicità mai raggiunta, in nessun modo. Mai.
Di uomini, anche se se ne parla, in realtà non si vede niente. Ma si percepisce una certa, sana, stupida, mascolina, brutale, spinta alla felicità.
La seconda partita è fatta da Carola Crescentini, Valeria Milillo, Claudia Pandolfi, Alba Rohrwacher.
Carola ha un fidanzato troppo presente. Lei va in giro a far concerti, quello che la madre non ha potuto fare.
Valeria non ce l’ha, ma cerca di avere un figlio con l’inseminazione artificiale. Ricorda la scheda dell’uomo di cui ha il seme. Alto, bruno, occhi forti. La scheda del seme. Facebook o qualsiasi altra social community.
Claudia è una dottoressa, fa un lavoro solido, è professionale e risoluta, ma non vuole sembrare un maschio agli occhi del marito.
Alba perde la madre, Isabella Ferrari, suicida.
Gli uomini, in questo, come ne escono?
Una certa, sana, stupida, mascolina, brutale, spinta alla felicità.
Io mi chiedo.
Perché non volete essere felici?
Esco dal cinema. E la dolcissima ragazza di uno dei miei migliori amici è lì davanti a noi che ride e parla del film.
Si avvicinano uno stormo di rom. Un bambino si avvicina alla ragazza e le chiede la carità, perché ha fame.
Lei lo abbraccia, e se lo porta da McDonalds. Gli compra un panino e due barrette di cioccolata.
Torna contenta, con il bambino sotto il braccio. Ci guarda con gli occhi più dolci di questa terra.
“Io adoro i bambini,” dice. “Li adoro.”
Si vede. Sprizza energia.
Poi guardo il bambino rom. Ha il panino in mano, la cioccolata nell’altro.
Il bambino è circa 30 Kg sovrappeso. Un grassone lardoso che neanche entra nel giubbotto –ovviamente firmato- che ha stretto con delle cinghie di ancoraggio sul panzone.
Il panino in mano è un peso. Lo consegna alla madre. “Lo porto stasera a mia sorella, a casa!”
Dopo dieci minuti, il bambino torna indietro, dopo essersi fatto il suo giro, a chiedere di nuovo la carità. A noi. A lei!
Lei. La ragazza del mio amico. Non ha visto.
Non ha visto il bambino.
Ma ha visto l’idea del bambino.
Le donne non vedono, trascendono.
Non guardano quello che hanno avanti, ma lo trasformano nella loro idea dell’idea primeva.
Si lanciano in alto, non vanno avanti.
E per questo non ci sono donne fotografe.
Oh, certo, c’è Francesca Woodman, che fotografava se stessa, nuda, in trascensioni diverse: con i serpenti, negli specchi, a terra, nelle vasche. E poi si suicida.
C’è Nan Goldin, che trascende gli amici trans, e la vita da trans, i baci dei trans, i gatti dei trans, e fotografa sempre e solo quello.
C’è Diane Arbus, che trascende i freak.
C’è Gerda Taro, infatuata dal focoso Capa.
E Tina Modotti, che si trovava in un crogiuolo di vita, ma fotografava quattro cose degne, e duecento natura morta di fiori e granturco.
È per questo che gli uomini scappano quando una donna, al secondo appuntamento parla di figli.
È per questo che gli uomini si accorgono, forse probabilmente, con una sensibilità animalesca e primitiva, di cosa avete bisogno.
È per questo che non vi ascoltano quando vi lamentate.
Ho visto donne scappare per paura di essere innamorate.
Ho visto uomini lanciarsi in picchiata in una storia, perché innamorati.
O forse no. Ma di questo non parlo perché non so.
Al massimo potrei parlare di me.
Del mio guardare avanti, netto, deciso, maschio.
Del mio fottermene dei problemi, e del mio voler risolvere i conflitti.
Del mio principio asintotico di tensione verso la felicità.
Il mio virosbandometro è sempre là. Lo guardo costantemente. La pallina dello sbandometro deve essere sempre al centro, non faccio virate in derapata o in scivolata. Il mio orizzonte è fare quello che voglio.
Che poi, in soldoni congelati comprati nel supermercato e scongelabili col microonde, vuol dire provare ad essere felici.
Ascensione.
Assunzione.
Anche nel triangolo sacro, la donna aveva funzioni di ascensione, mentre Gesù aveva il compito di risoluzione e proselitismo.
Non so perché non vedono.
Non mi importa.
Tolgo i freni, controllo la pista, do manetta per spostarmi. Muovo il timone per girare. Faccio i check. Eccomi.
Manetta al massimo.
Orizzonte artificiale a zero.
A 75 nodi alzo il muso.
15 gradi.
Tiro la cloche.
Sono in volo.